Open approach and research ethics

Being an apprentice researcher, my view is limited to a few early experiences and reflections on a possible open approach while conducting a research study. In particular, I consider the relationship between an open research approach and research ethics, just at the beginning of my dissertation work about research practices in transition, which will engage me in an interview project in an Italian university. Currently I am waiting for a formal approval of the ethics form, that proposes the use of a public blog as a research journal and a web space in Cloudworks as many ‘loci’ to experiment an open approach during the research process. In the very next days I will know if the arguments endorsing the open approach are reasonable enough to receive institutional approval. In the meanwhile, to date I identified some issues related to over-exposure of participants and enhancement of some aspects of the research process.

Over-exposure of the researcher

A researcher willing to share her/his own ongoing research work should be self-confident to expouse oneself to any criticism. This can not be easy to be accepted when you are a new scholar , and your weaknesses are likely to be more apparent than your strengths (at least, this is what I think of me). In addition, this entails to protect your privacy (i.e. setting up a devoted email account for research purposes). However, you learn to shape your ‘being researcher’ just observing how other researchers interact with you and review your ideas/work. Moreover, ‘in the open’ you are expoused to a number of models, with respect to those ones you are able to observe in a specific ‘in site’ research department.

Over-exposure of informants

An open approach implies the opportunity of disclosing research data while data gathering process is still underway. This requires a cautious attitude, not only for obvious reasons of appropriateness (not disclose data not yet analyzed), but also thinking of paricipants’ vulnerability. For instance, the use of quotes from interviews in a public space could affect the principle of anonimity and confidentiality. On the other hand, too strict rules to preserve vulnerabiity of participants would make any disclosure (and then discussion) impossibile. This suggests that an additional negotiation of permission is to be undertaken with research participants, so that it is clear where the discussion is being conducted and in which terms data are being used.

Over-exposure of the context being researched

In my study I will select informants in a unique university context (the same in which I have been working!) and will interview them about their digital/open scholarship practices. However, contextual factors are likely to emerge from interviews: these ones are just elements to be shared in an open approach, but the specific university – in which ‘openness’ is not widely endorsed and even seen under suspicion – could feel itself threatened by such a discussion. In this case, asking for a permission could imply the risk of subjection and even censorship: the transparency of conduct togeher with gaing trust of a number of gatekeepers could keep from this drawback.


Iterative debriefing process

Using an open approach, the debriefing process is not limited to a final phase, but can constitute an integral part of a continuing dialogue with research participants. The risk for a newbie is too much relying on participants’ statements and not keeping that analytical distance that distinguishes research in its own right.

Practice of peer debriefing

An open approach provides an apprentice researcher with a unvaluable opportunity to debrief findings with a wider research-savvy audience than a reserved circle of an online class of research students. This add complexity to a challenging experience of writing a dissertation, but I think it can give you an habitus of critical thinking that it is worth acquiring.
However, I realise that in my current learning path as a researcher I am living in a ‘limbo’, in which a number of good practices are to be acquired, but relatively a few institutional constraints are to be fulfilled. Researching in ‘real life’ could dramatically change my ‘open’ practices, as Ferguson et al. (2010) report in their study about blogging as a research practice. For now, I can’t wait for starting my very first ‘open’ research study and reflecting on it.

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University and Cyberspace: lost in transition?

‘University and Cyberspace” (Politecnico d Torino, 28-30 giugno 2010): titolo un po’ retrò per un convegno importante che semina futuro (Reshaping Knowledge Institutions for a Networked Age) nell’ambiente statico e scoraggiato dell’accademia italiana. Un convegno che trasmette da subito un elemento non comune in questa tipica forma di comunicazione accademica: l’entusiasmo. Anche a distanza, come ho potuto seguirlo io. L’evento ha avuto una discreta copertura su Twitter (618 tweets), grazie soprattutto alla “cronaca” tenuta da @cyberuniversità e al suo legame con LaStampa.it, che ha dedicato alcuni articoli alla tre giorni: Le sfide dell’e-learning per l’università e Apertura, condivisione, collaborazione. Ecco l’università ai tempi di Internet. e Le università salvate da Internet.
Ma anche grazie alle interviste in video organizzate da Polimedia, espressione creativa degli studenti di ingegneria di cinema e comunicazione del Politecnico.

Seguire un convegno a distanza attraverso il video streaming e i social media è sempre un’esperienza strana e interessante, che ogni volta devi ricreare con i mezzi e il tempo che hai a disposizione. Ha a che fare con la gerarchia della distrazione digitale da gestire; costringe a continue inferenze, stimolate dai frammenti colti, per completare il quadro del contesto reale in cui l’evento avviene; spesso s’intreccia in tempo reale con altri eventi su temi simili che hanno luogo contemporaneamente. E così, mentre a Torino in U & C si sviluppavano i temi in parallelo dei digital natives, della knowledge production e della physical/virtual infrastructure, la mia personal learning network su Twitter mi segnalava a Manchester l’intervento di Steve Wheleer sulle Digital Tribes and the Social Web e la filippica di Tara Brabazon contro Google, visto come “il McDonald delle modalità di ricerca” (@timbuckteeth Brabazon: Students need less choices on the Internet, not more. Digital dieting is needed in HE #altcmu (ooh, er…controversial eh?). Tony Bates nel suo blog commentava (Innovate or Die) quattro report sulla necessità per le istituzioni universitarie di rinnovarsi per sopravvivere e durare nel tempo. Mentre Grainne Conole della Open University si apprestava a tenere una key note ad #EDMEDIA: What would learning in an open world look like? A vision for the future.
Anche questi pochi rimandi, rafforzano l’importanza e l’urgenza dei temi trattati a Torino, ma richiedono anche che il discorso continui, si approfondisca e si faccia progetto, proprio attraverso l’uso della rete nella quale il convegno ha disseminato tracce interessanti.

Ci vorrà tempo per elaborare i numerosi spunti emersi dalle fitte sessioni pensate da Juan Carlos De Martin, ma vorrei iniziare a mettere dei post-it su alcune suggestioni:

– l‘intervista a Mario Calabresi: mi sembra colga bene la prospettiva dell’innovazione quando parla della necessità di pensare e gestire nel medio-lungo periodo la transizione dal “vecchio” (università/giornalismo) al “nuovo” (in entrambi gli ambiti, attraverso il driver della tecnologia). La sfida vera e difficile è pensare la complessità del cambiamento in un contesto specifico, secondo livelli e velocità differenti a seconda degli stakeholders coinvolti.

– l’attenzione al cotnesto specifico è particolarmente importante laddove l’innovazione si serve della tecnologia: se prendiamo come riferimento gli Horizon Reports, i rapporti sulle tendenze di adozione di strumenti e ambienti tecnologici nell’ambito universitario, ci rendiamo subito conto delle differenze nei trend di adozione quali sono pubblicati nel report generale 2010 (basato sul contributo di 10 Paesi di 5 continenti) e i trend emergenti nel report regonale in corso di elaborazione per l’America Latina. Dove si colloca il contesto universitario italiano?

– in questo senso, non sono così sicura che la metafora dei nativi digitali, pur così affascinante, sia effettivamente utile per disegnare nuovi contesti di apprendimento. E’ cosa nota che tale metafora generazionale è stata ampiamente discussa e smentita da diversi studi basati su dati empirici. Applicata ai contesti universitari, questa metafora suscita ancora più interrogativi.

Nella prima giornata è stato detto che “i nativi digitali sono da intendersi come un fenomeno, come un gruppo, una popolazione”. Possiamo permetterci di progettare solo per un gruppo emergente? La ricerca Responding to learners ha indagato nel 2009 la percezione e gli usi della tecnologia degli studenti universitari di quattro atenei britannici, molto differenti tra di loro per dimensioni, tradizione, prestigio e organizzazione. Il quadro che ne emerge è di una grande varietà di competenze digitali, di attitudini, di bisogni e di istanze avanzate dagli studenti. Non c’è da stupirsi che anche in contesti tecnologicamente avanzati come gli Stati Uniti, gli studenti dei college “need more IT support“.
Un ricercatore di Oxford (White, 2009) ha anche avanzato l’ipotesi che si rischi un nuovo tipo di digital divide, più sottile e profondo, che va al di là delle differenze generazionali: il divide tra coloro (visitors) che intendono l’uso della tecnologia come “una cassetta per gli attrezzi”, dalla quale si prende di volta in volta lo strumento che serve; e coloro (residents) che intendono gli strumenti tecnologici come “spazi da abitare”, nei quali costruire la propria identità digitale, in senso personale e/o professionale.
La questione centrale allora diventa piuttosto quella della definizione e promozione delle digital literacies

Non ci possiamo permettere di perderci in questa transizione, omettendo di studiare con attenzione i contesti da modificare: perchè, per usare un ormai “vecchio” adagio di Mike Wesch, The Maching is (us)ing us.

E questo vale anche per i docenti e ricercatori, ma in un’altra puntata…

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